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PANORAMA: Il Paese delle culle vuote

Facciamo un figlio? Oggi la risposta è sempre più spesso no. Oppure forse. O non adesso.
Siamo passati dal baby-boom degli anni Sessanta al no-baby dell’era moderna. E se a questo scenario aggiungiamo eventuali contraccolpi (da indagare) legati ai disordini ormonali indotti dal vaccino anti-Covid, il quadre appare sempre più preoccupante. Tra il 1968 e il 1974 il tasso di fecondità nel nostro Paese era di 2,49 bambini per coppia, ben sopra il cosiddetto “tasso di ricambio”: ossia il livello che garantirebbe di mantenere le dimensioni della popolazione costanti nel tempo. Ora è all’1,2, i livelli peggiori d’Europa.

“Secondo stime Ocse, pubblicate prima della pandemia, l’Italia è tra i Paesi sviluppati che più rischiano di trovarsi a metà secolo con un rapporto 1 a 1 tra lavoratori e pensionati” afferma Alessandro Rosina, ordinario di Demografia e Statistica sociale all’università Cattolica del Sacro Cuore, autore di “Crisi demografica” (edito da Vita e Pensiero).

“Oggi non consideriamo l’orologio biologico, siamo stati concepiti per fare figli tra i 20 e 30 anni. Secondo l’Istat, la prima gravidanza avviene a 31,3 anni, nel 1965 era a 23. Ma dopo i 35 anni, il sistema riproduttivo femminile inizia un graduale depauperamento qualitativo e quantitativo” dice Alberto Vaiarelli, ginecologo, segretario della Società Italiana di Fertilità e Sterilità – Medicina della Riproduzione (Sifes-Mr).

L’età in cui si ha il primo figlio, in media superiore a 31 anni, “corrisponde all’età in cui in Francia le coppie progettano il secondo. Eppure, il numero desiderato di figli in Italia è attorno a due, come nel resto d’Europa” aggiunge Rosina. “Se la media è di 1,2 figli per coppia vuol dire che abbiamo un terzo in meno di bambini desiderati. È su qul terzo in meno che dobbiamo agire con politiche adeguate”.

Cresce così il numero delle cosiddette “childfree”.
Secondo il rapporto giovani 2020 dell’Istituto Toniolo, tra le donne di età 30-34 anni, il 20% non vuole figli, e un 30% non esclude la possibilità di averli ma pensa che si sentirebbe realizzata anche senza. Sta di fatto che “dal 2008 al 2018 le nascite si sono ridotte del 23%, ossia 136 mila bambini in meno in 10 anni.
Dal 2017 al 2018, abbiamo avuto un decremento del 4%: 18 mila bambini non nati. È un dato enorme che dovrebbe farci riflettere sul perchè le coppie arrivano così tardi nei nostri centri” avverte Vaiarelli.

La verità è che siamo in una trappola demografica, con la fecondità più bassa d’Europa e un numero di donne in età riproduttiva sempre minore. Abbiamo tra le più alte percentuali di Neet (giovani che non lavorano e non studiano), e tra i più bassi tassi di occupazione delle donne con figli. “I giovani non hanno un reddito sufficiente e stabile per costruire una famiglia. Così posticipano l’età di arrivo del primo figlio, e questo ritardo si traduce in una fertilità più bassa. Se poi ci si trova in difficoltà a combinare vita famiglia e lavoro, difficilmente si pianificheranno altre nascite” dichiara Rosina.

L’Italia poi investe poco sui servizi per l’infanzia. Solo il 26% di bambini tra zero e due anni utilizza gli asili nido. L’obiettivo europeo, che avremmo dovuto raggiungere nel 2010, era del 33%. Francia e Svezia hanno superato il 50%. Infine, le rette degli asili nidi devono essere ridotte. E gli orari devono adattarsi a un mondo del lavoro molto cambiato.

Ma in questo inverno demografico pare ci sia un germoglio. A detta di Vaiarelli, “dopo il lockdown sono aumentate le coppie che hanno chiesto aiuto. Questo può essere riconducibile a una voglia di riflettere con consapevolezza sul proprio stato di fertilità e sul desiderio genitoriale”. Una tendenza frutto dei progressi in medicina, innanzitutto, ma anche di una società che (forse) sta cambiando dopo il Covid.

Crediti: Cristina Bellon – Panorama.

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