Culle sempre più vuote. A metà degli anni ’60 in Italia nascevano un milione di bambini l’anno; nel 2018, stando al bilancio demografico 2019 diffuso dall’Istat pochi mesi fa, le nascite sono state 420.170, un record negativo dall’unità d’Italia. Cresce la preoccupazione per un Paese che tra vent’anni potrebbe trovarsi a elargire più pensioni che stipendi. «Il futuro è in pericolo», ha detto Papa Francesco domenica 7 gennaio durante l’Angelus. Preoccupazione espressa dal suo predecessore, Giovanni Paolo II, esattamente 21 anni fa. Era il 6 gennaio 2000 e ai fedeli in piazza San Pietro per la preghiera domenicale parlò del «preoccupante calo demografico» il quale «non può non essere per la società italiana motivo di attenta riflessione e stimolo al rinnovamento».

Leonardo Becchetti, professore di Economia politica all’Università di Roma Tor Vergata, ritiene che l’assegno unico per figlio potrebbe essere una delle misure per aiutare le famiglie e schiarire le nubi dell’inverno demografico. Per l’economista la certezza di percepire un reddito dalla nascita di un figlio alla maggiore età potrebbe essere uno stimolo ad allargare la famiglia. La proposta «è stata approvata all’unanimità alla Camera, è nel progetto di governo ma ancora non è legge – dice -. Credo sia la soluzione ideale. Ci sono studi scientifici che dimostrano che l’assegno unico per figlio diminuisce anche gli aborti per motivi economici». Oltre al risvolto economico Becchetti pensa che si debba anche educare alla generatività. «La ricchezza di senso di vita delle persone dipende dalla generatività – afferma -. Bisogna educare alla generatività e all’arte delle relazioni che nell’attuale visione consumistica sono diventate un bene di consumo e non un investimento». Per l’Istat in Italia si fanno meno figli di quelli desiderati e una delle cause è la precarietà del lavoro giovanile. «I ragazzi non sono messi nelle condizioni di investire nel futuro ma vengono tenuti sulla graticola per anni», afferma Becchetti che vede nello smart working «una grande occasione» perché dona più tempo e aiuta a conciliare lavoro con vita di relazione. «Tre giorni di smart work e due di lavoro in ufficio possono aiutare le famiglie», conclude.

La natalità è sinonimo di serenità, crescita economica e sociale. Emile Zola, nel romanzo “Fecondità”, mette a confronto la felicità di famiglie numerose con la miseria della vita di quelle con pochi figli, simbolo del declino sociale. «Le civiltà che muoiono sono quelle dove non nascono più bambini», rimarca Gianluigi De Palo, presidente del Forum nazionale delle associazioni familiari. Spiegando che «l’assegno unico serve per riequilibrare la discriminazione fiscale che le famiglie italiane vivono da 40 anni», afferma che «per far ripartire la natalità bisogna usare i fondi del Recovery plan per il piano Next Generation. Il Recovery plan non deve diventare lo svuota cassette dei progetti inutili che da anni giacciono nei cassetti dei ministeri ma va fatto un piano di ripartenza del Paese che metta al centro la natalità. Il nuovo governo deve comprendere che se non c’è il ricambio generazionale e non ci sono aiuti diretti, immediati e concreti alle famiglie e ai giovani per metterli in condizione di fare figli, l’Italia è morta». L’auspicio di De Palo è che Mario Draghi, «grande conoscitore di numeri, sappia anche che c’è una sostenibilità che non è legata solo ai parametri di Maastricht ma anche alla speranza, alle nascite e ai giovani» i quali vanno incentivati a non lasciare l’Italia per motivi di lavoro. La crisi economica generata dalla pandemia non aiuterà certo a vedere più passeggini per le strade.

Per Chiara Ludovica Comolli, ricercatrice universitaria presso l’Istituto di Scienze Sociali dell’Unil di Losanna, «è presto per avere un’idea chiara su quello che succederà». Non si aspetta «quelli che all’inizio erano stati chiamati “coronababy” o che il lockdown abbia avuto effetti positivi sulle nascite». La crisi economica e sociale che la pandemia ha innescato «avrà effetti duraturi e negativi», spiega ricordando che «in termini di denatalità stiamo ancora pagando la crisi del 2008». La ricercatrice invita a «non focalizzarsi su quello che accadrà nell’immediato futuro ma a iniziare a preoccuparsi di quello che accadrà nei prossimi decenni».

15 febbraio 2021

 

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