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BUSINESS INSIDER: “Meno siamo e più il debito pubblico peserà su ogni singola testa”: la crisi demografica e il drammatico impatto sull’economia italiana

Un’emergenza arrivata prima del Coronavirus e che ci trasciniamo da molti anni. La crisi demografica ha un impatto notevole sull’economia e sulla produttività.

Martedì 23 marzo Eurostat ha pubblicato i dati sui tassi di fertilità dei vari paesi europei. L’Italia è tra i fanalini di coda, con un tasso dell’1,27% per il 2019. Peggio fanno soltanto Spagna (1,23) e Malta (1,14).

Venerdì 26 invece l’Istat ha diffuso una report sulla dinamica demografica riferita al 2020, che certifica il minimo storico di nascite (404 mila) dall’unità d’Italia.

“Siamo stati il primo Paese al mondo che ha visto gli over 65 superare gli under 15. La denatalità ha provocato forti squilibri nella popolazione: sono calate le generazioni più giovani”, spiega Alessandro Rosina, professore ordinario di Demografia e Statistica all’Università Cattolica di Milano.

Ciò ha forti conseguenze sullo stato dell’economia italiana.

“In questi anni da un lato ci siamo allineati ai Paesi più vecchi del mondo – nota Rosina – e dall’altro abbiamo avuto un forte calo delle nascite. Le conseguenze? Una parte maggiore della popolazione tende a non produrre e ad assorbire maggiori risorse. Si riduce quindi la parte attiva e in questo momento, anche a causa dell’emergenza Coronavirus, stiamo vivendo la situazione peggiore degli squilibri demografici. Finora abbiamo avuto al centro delle attività economiche le generazioni del ‘Baby Boom’, che erano consistenti. Ora entriamo in una fase diversa e preoccupante”.

Il professore fa poi notare che non si tratta “soltanto di avere più anziani e meno giovani perché il peggioramento è anche qualitativo e investe la formazione e gli investimenti per le nuove generazioni.

“Abbiamo il record di Neet e il tasso di percentuale dei titoli più elevati di studio tra i più bassi d’Europa. La povertà infantile è ben presente nel nostro Paese. Ci sono poi problemi di percorsi formativi che risultano fragili. I giovani hanno maggiori difficoltà nell’entrare al centro della vita attiva”. 

La crisi demografica comporta poi una diminuzione del Pil “perché cala la popolazione che lavora”. Ciò produce una serie di effetti. Ci sono “meno risorse per rifinanziare il sistema di welfare e per adottare investimenti qualitativi per le nuove generazioni”.

 Effetto temporaneo

L’emergenza Coronavirus ha ridotto probabilmente l’aspettativa di vita di qualche anno. Gli ultimi dati Istat. hanno registrato un massimo storico di decessi (746 mila) dal secondo dopoguerra. Si tratta però di un effetto congiunturale.

Parliamo di un’epidemia occasionale che non blocca un processo che va avanti da anni. La longevità – afferma Rosina – e l’aumento delle possibilità di rimanere in età anziana sono ugualmente alte. Si prevede che la percentuale della popolazione over 65 possa passare dal 22% di oggi al 33% del 2041. L’Italia, dal 2013 in poi, ha toccato una serie di record negativi per quanto concerne la bassa natalità.”

Inoltre l’impatto della pandemia è ricaduto in gran parte sulle generazioni che dovrebbero essere al centro della produttività.

Il Coronavirus ha reso più fragili i giovani, che non hanno avuto magari la possibilità di vedere contratti rinnovati e che lavoravano nei settori economici maggiormente colpiti dalla crisi”, spiega il professore.

A ciò bisogna aggiungere un ulteriore elemento. Negli ultimi mesi, attraverso una serie di scostamenti di bilancio – l’ultimo di 32 miliardi di euro è stato approvato a gennaio dal Governo Conte II – il debito pubblico è cresciuto.

“Lo abbiamo insensatamente accumulato per decenni ed è esploso negli ultimi mesi. Dovrà essere ripagato. Meno siamo e più il debito peserà su ogni singola testa. Già oggi si parla di una montagna di soldi, cioè 40/45 mila euro a persona. Continuerà a crescere, anche solo per gli interessi, mentre il Pil pro capite è in calo (siamo a circa 27/28 mila euro a testa) e la popolazione scende, afferma Gustavo De Santis, professore ordinario di Demografia all’Università di Firenze e socio di Neodemos.info.

Cosa fare

Per De Santis le tendenze demografiche negative si potrebbero contrastare soprattutto con alcune misure, come ritardare l’età del pensionamento e stimolare l’attività lavorativa delle donne.

Un robusto innalzamento della partecipazione femminile al mercato del lavoro, se accompagnato da una forte crescita dei servizi per l’infanzia, avrebbe positive ripercussioni anche sulla fecondità. Intendiamoci: anche i migliori Paesi europei non raggiungono i due figli per donna che servirebbero per mantenere la popolazione costante nel lungo periodo – un obiettivo quindi irraggiungibile e forse neppure necessario. Ma almeno arrivare lì vicino, diciamo a 1,8 figli per donna, è una cosa che dovremmo assolutamente cercare di fare”.

Inoltre non bisogna chiudere del tutto le porte all’immigrazione.

“Io non penso che sia la soluzione ai nostri problemi, ma è certamente un contributo. Ci conviene ‘attingere’ dagli immigrati: sono giovani, e nella stragrande maggioranza hanno voglia di impegnarsi sul mercato del lavoro e integrarsi nella società. Se solo non frapponessimo ogni possibile ostacolo, potremmo sfruttare, per alcuni anni ancora, questa opportunità di ritrovare l’equilibrio interno che abbiamo perso, almeno in termini di fecondità”.

Secondo Rosina è necessario “intervenire con un piano che sia in grado di rafforzare l’ingresso delle nuove generazioni nel mondo del lavoro e accrescere la loro produttivitàSe si aumenta l’occupazione giovanile di conseguenza crescono le scelte di vita a favore della natalità. Occorre costruire le premesse per ‘una lunga vita’ dei giovani e per un deciso miglioramento dell’occupazione femminile”. 

Per il professore il Family Act, voluto dalla ministra per le Pari opportunità e per la Famiglia Elena Bonetti e che al momento si trova in Parlamento, va nella giusta direzione.

“Può avere un effetto analogo a misure che la Germania ha adottato prima della crisi economica del 2008 e che le hanno consentito di tenere il passo con gli altri Paesi. Noi invece ci siamo allontanati dalla media europea, proprio perché non abbiamo messo in campo politiche di fecondità”.

Fonte: Business Insider.

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